di Gianni
Vattimo
Clausewitz,
a quanto ne ricordiamo, non aveva incluso nel suo studio sulla
guerra anche il terrorismo, benché a rigore della definizione
come prosecuzione della politica con altri mezzi potrebbe
benissimo starci. Antonio e Gianni Cipriani, entrambi noti
giornalisti (Gianni in particolare è l’autore di libri sullo
spionaggio sulle Brigate Rosse, sull’intreccio mafia, politica e
massoneria in Italia) colmano, così per dire, questa lacuna di Clausewitz, con un libro che muove proprio dalle differenze tra
la guerra antica, guerra moderna (quella che prende avvio con
l’Europa di Westfalia, metà seicento) e guerra contemporanea
(“nuova guerra mondiale” Sperling & Kupfer, pp. 352, € 16).
è la guerra antica
quella che, con radici bibliche e cristiane, si ritiene “giusta”
perché pensa il nemico come infedele; la guerra “westfaliana” è
invece regolata dal principio di non ingerenza e del rispetto
dei confini; ma oggi dopo Norimberga, e sempre più dopo il
Kosovo , l’Afghanistan, l’Iraq, la guerra riscopre (con una
sorta di logica post-moderna) la sua fisionomia primitiva, ma
anche perché non viene combattuta per una bandiera o un
territorio. Dalla rivoluzione d’Ottobre in poi, attraverso la
guerra fredda, le forze che si combattono sono le forze
dell’insorgenza e della controinsorgenza, rivoluzione contro
ordine costituito. In questa guerra senza confini, contano
sempre di più i servizi segreti e le armi psicologiche capaci di
muovere le masse. Gli autori non prendono esplicitamente
posizione pro o contro quelli; e anche per questo il libro
invita a non semplificare troppo le cose, a cominciare dall’uso
generalizzato del termine terrorismo
L'espresso 25 agosto 2005