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Il tema che affronto in questo breve saggio è
quello del rapporto informazione-sicurezza. Lo
svolgo rispondendo a due domande: può
l’informazione aiutare la sicurezza? Ovvero: può
l’informazione moltiplicare la paura, le
incertezze e il senso di insicurezza? Si tratta
di un tema abbastanza arduo al quale potrei
sbrigativamente rispondere con la formula del
“bravo” giornalista o del “bravo” comunicatore:
informazione e comunicazione devono raccontare e
rappresentare l’insicurezza là dove essa esiste;
non devono enfatizzare rischi e pericoli là dove
non esistano; hanno il dovere di dire che un
luogo è sicuro, là dove sia realmente sicuro;
insicuro là dove sia realmente insicuro. Credo
che questo si insegni in molte scuole di
giornalismo e nelle facoltà di Scienza della
comunicazione.
Il mio giudizio è un po’ diverso e sicuramente
più problematico rispetto alla formuletta ora
descritta. Per una serie di ragioni. Anzitutto
perché nell’annoso (e secondo me fuorviante come
illustrerò tra poco) dualismo tra fatti e
opinioni, collocare in maniera netta in uno dei
due campi la sicurezza è impresa piuttosto
ardua. La sicurezza e l’insicurezza cosa sono?
Fatti oggettivi? Opinioni? Come spiegare il
divario che spesso esiste tra sicurezza reale
(che si basa su dati statistici) e sicurezza
percepita? È un fatto la sicurezza o la sua
percezione?
Nei miei studi sulla disinformazione, la
propaganda e più in generale sulla comunicazione
persuasiva sono partito da concettualizzazioni e
ricerche, elaborate soprattutto nell’ambito
della psicologia sociale, che riguardano
l’analisi dell’esperienza soggettiva e la
correlazione tra ambiente esterno (o obiettivo)
e ambiente vissuto (o psicologico). Lì ho avuto
modo di scrivere: «Esistono dati ambientali (un
oggetto, un colore, un evento) che possono
essere sperimentati nella stessa maniera da
tutti gli uomini, talché la loro percezione (e,
in una seconda fase, la loro narrazione) è
valutata come qualcosa di “obiettivo” e che ha
per tutti lo stesso significato. In altri casi,
però – quando, ad esempio, si tratta di
condizioni sociali o fattori scatenanti di un
determinato evento – la nostra valutazione
dipende non solo da una percezione “obiettiva”
dell’ambiente esterno, date le strutture
psico-fisiologiche di base che abbiamo in comune
con tutti gli altri uomini, ma largamente da
strutture psicologiche che derivano dal nostro
vissuto e dalla nostra esperienza di persone
inserite in un determinato contesto
socio-culturale, classe sociale, di una
determinata età e quant’altro. È questa
particolarità che fa sì che il soggetto sia
parte integrante della definizione della
struttura-significato di alcuni dati
esterni»[1].
Ciò fa sì che in tutte le situazioni complesse e
più strutturate «lo stesso dato esterno viene
sperimentato in modo diverso da persone diverse;
in linea generale, possiamo affermare che
l’esperienza del mondo, l’ambiente psicologico,
ha sempre qualche connotazione ‘privata’,
esclusivamente propria del soggetto, visto
l’intervento nell’esperienza stessa dell’assetto
psicologico individuale, sintesi organizzata di
esperienze in parte del tutto personali»[2].
Riportando queste osservazioni nel campo della
comunicazione – e in particolare in quello
dell’informazione – si può dire che una notizia
può essere obiettiva quando riporta un elemento
semplice, ben definito nella sua struttura e
chiaro. Tale “obiettività” non può per
definizione esserci quando l’oggetto della
notizia è qualcosa di ben più articolato o meno
definito, proprio perché, in questo caso, la
notizia coincide anche con la sua
interpretazione. L’11 settembre del 2001 a New
York due aerei dirottati si sono abbattuti
contro le Torri gemelle; i palazzi sono crollati
e sono morte di migliaia di persone. Questa
notizia è “obiettiva”, perché delinea
compiutamente e in modo chiaro un evento che
storicamente è accaduto. Se si introduce il
termine “terrorismo”, però, già si fa una
valutazione assai meno obiettiva, perché questa
definizione corrisponde assai di più a una
percezione propria di un campo socio-politico
che, sicuramente, è assai diversa da quella di
coloro che hanno considerato l’11 settembre
un’azione eroica e legittima se non,
addirittura, atto di difesa nei confronti dei
veri terroristi[3]. Se proviamo a descrivere il
contesto storico-politico o socio-economico nel
quale l’attentato dell’11 settembre è avvenuto,
allora non potremo che far derivare la nostra
analisi dal nostro campo psicologico, ossia
dall’insieme di esperienze, convinzioni,
idealità e cultura che rappresenta il nostro
vissuto, ossia ciò che sta tra noi e l’ambiente
esterno. Raccontare che una persona è stata
uccisa dalla mafia può significare raccontare
con fedeltà obiettiva un evento. Raccontare cosa
sia la mafia, ovviamente, comporta una chiave
interpretativa che non può non coincidere con
l’opinione che ci siamo costruiti della mafia in
base alle nostre esperienze dirette, alla nostra
etica o alle conoscenze che ci derivano da fonti
esterne.
In altri termini, il più delle volte, il “fatto”
coincide con la sua interpretazione. E la fin
troppo declamata distinzione tra “fatti” e
“opinioni” rappresenta da un lato un falso mito
se non, addirittura (non sempre, ovviamente), un
espediente per far passare per “obiettivo” ciò
che “obiettivo” non può essere per definizione.
Che è poi uno degli elementi stessi su cui si
basa quella che ho denominato “guerra
psicologica”.
Naturalmente queste mie considerazioni non vanno
assolutizzate: personalmente non andrei a fare
una passeggiata nei sobborghi di Bagdad, un
campeggio nelle zone di guerra in Afghanistan,
né mi inoltrerei con un orologio d’oro e una
bella telecamera in quei quartieri di Caracas o
nelle favelas brasiliane in cui non entra
nemmeno la polizia.
Tuttavia credo che non sfugga a nessun lettore
avvertito il fatto che concetti come la “paura”,
i “rischi”, la “sicurezza” e l’“insicurezza”
sono e sono stati utilizzati il più delle volte
in maniera propagandistica e disinformante, per
colpire emotivamente il lettore (talvolta
l’elettore) e più in generale l’opinione
pubblica per fini non sempre così nobili, tanto
meno perseguendo il fine della corretta e
completa informazione. Chi gestisce la paura,
gestisce un potere. Chi è vissuto come colui in
grado di eliminare le cause stesse della paura,
gestisce un potere ancora più grande.
E qui entrano in campo considerazioni più ampie
che riguardano la comunicazione di massa, tanto
più stringenti in presenza di un processo di
globalizzazione assai avanzato. Una condizione
che, paradossalmente, in alcuni casi diventa
congeniale al recupero di forme antiche di
disinformazione e di propaganda: in un
interessante saggio di alcuni anni or sono[4],
Giovanni Sartori parlò della trasformazione
dell’“homo sapiens” in “homo videns”. Là dove
questo processo è stato individuato nel fatto
che il “visibile” è sempre più prevalente
sull’intelligibile e, di conseguenza, la
capacità di astrazione, di comprensione della
complessità viene progressivamente meno. Esiste
quello che si vede, il resto no. A dire il vero,
il ragionamento di Sartori riguardava
soprattutto la televisione e la diffusione del
“sapere per immagini”, considerato fonte di
impoverimento culturale.
Credo che la fenomenologia dell’“homo videns”
sia in qualche modo indipendente dalla
televisione e possa essere interpretata facendo
ricorso nuovamente agli strumenti della
psicologia sociale, che poi sono quelli su cui
si basano la propaganda e la disinformazione:
esiste solo ciò che appare (indipendentemente da
ciò che “è”), la complessità va ridotta a slogan
(come insegnava Goebbles), la paura è la
pre-condizione emotiva per far accettare
situazioni e comportamenti altrimenti
inaccettabili. Quindi il “videns” non è solo il
telespettatore moderno, ma colui che scruta
l’evidente e nello stesso tempo ignora il reale.
Il susseguirsi delle “bolle” emotive e
comunicative degli ultimi tempi ne sono la prova
evidente.
Prendiamo ad esempio un recente e drammatico
fatto di cronaca: il 12 maggio del 2008 a
Ponticelli, vicino Napoli, una madre denunciò il
tentativo di rapimento della sua bambina da
parte di una zingara. La notizia si diffuse in
un baleno e la conseguenza fu l’assalto e
l’incendio del campo nomadi della zona da parte
di una folla inferocita. Questo fu l’effetto
principale e immediato. Come effetto collaterale
– vista l’enfasi che la storia aveva avuto sui
media – ci furono casi di altri presunti
tentativi di rapimento di bambini da parte di
zingari denunciati in varie parti d’Italia poi
risultati casi inesistenti. Come terzo effetto
ci fu il rilancio dell’immagine dello
zingaro-rapitore di bambini che ha radici
storico-letterarie[5] e quindi un innalzamento
dei livelli di paura e diffidenza.
Successivamente è stato appurato che, con ogni
probabilità, il tentativo di sequestro di
Ponticelli non è mai avvenuto, mentre è
affiorato il sospetto che dentro questa azione
ci sia stata la volontà della camorra di
alimentare una rivolta contro gli zingari, tra
l’altro non per ragioni di sicurezza, ma per
possibili speculazioni edilizie. Fatto sta che
nella rappresentazione mediatica tra la notizia
(falsa) del tentato rapimento e la successiva
notizia del fatto che si trattasse di una
montatura c’è stata una sproporzione evidente a
vantaggio della prima. Talché nel senso comune è
rimasta – e rafforzata – l’idea dello
zingaro-rapitore. Non miglior fortuna ha avuto
una ricerca promossa dalla Fondazione Migrantes,
della Conferenza episcopale italiana, nella
quale sono stati esaminati 29 casi di rapimenti
attribuiti dalle cronache agli zingari, che in
nessun caso sono risultati colpevoli[6].
Nonostante l’autorevolezza della fonte, anche i
risultati della ricerca ben poco spazio hanno
avuto nelle cronache, tanto meno si è aperta una
serena e approfondita riflessione.
Perché? Non a caso, poc’anzi, a proposito delle
analisi di Sartori, ho parlato delle “bolle”
emotive e mediatiche le quali, talora, sono
capaci di annullare ogni processo critico.
L’“homo videns” di Sartori, ripeto, è qualcosa
che va valutato anche al di là del ruolo (pure
importante) della televisione. È il ragionare
per immagini, intendendo con queste ultime
l’esistenza di una mediazione immediata e
acritica – che poi sarebbe una contraddizione in
termini – tra mondo esterno e valutazione
personale. Un’immagine che dia una traduzione
categorica della realtà: è così; non può che
essere così; è quella cosa; è senz’altro quella
cosa. Là dove l’immagine vince con facilità
rispetto al ragionamento, attraverso il quale
bisogna sforzarsi di rappresentare le cose nella
loro complessità. E tradurre la complessità in
un’immagine elementare è impresa assai ardua, se
non impossibile.
Quindi l’“homo videns” di Sartori altro non è
che l’“uomo-massa” efficacemente descritto da
Gustav Le Bon nella sua psicologia delle folle.
Ne cito il pensiero seguendo la sintesi fatta da
Sigmund Freud: «La massa è straordinariamente
influenzabile e credula, è acritica, per essa
non esiste l’inverosimile. Pensa per immagini,
che si richiamano vicendevolmente per
associazione come, nel singolo, si adeguano le
une alle altre negli stati di libera
fantasticheria; queste immagini non vengono
valutate da alcuna istanza ragionevole circa il
loro accordo con la realtà. I sentimenti della
massa sono sempre semplicissimi e molto
esagerati. La massa non conosce quindi né dubbi,
né incertezze. Corre subito agli estremi, il
sospetto sfiorato si trasforma subito in
evidenza inoppugnabile, un’antipatia incipiente
in odio feroce»[7].
La psicologia delle folle ben spiega il perché
di Ponticelli e dei suoi effetti collaterali,
non ultima la difficoltà a dire una qualche
parola partorita dal cervello piuttosto che
dalle viscere in quel contesto. Il mondo
dell’informazione e della comunicazione,
ovviamente, ha le sue responsabilità perché
spesso diventa un fattore moltiplicatore delle
“bolle” piuttosto che svolgere il ruolo – che
pure a esso competerebbe – di frangiflutti. Le
ragioni sono tante: dalla necessità della
semplificazione che può diventare inseguimento
degli stereotipi e dei luoghi comuni,
all’appiattimento acritico sulle “notizie” o su
quelle che vengono presentate come “notizie”,
senza la capacità o la voglia o la possibilità
di svolgere un effettivo lavoro di verifica sul
campo, come pure prevederebbe l’abc della
professione giornalistica; fino alla
impossibilità – anche dove ce ne fosse voglia –
di poter effettivamente controllare fino in
fondo le fonti.
C’è poi un altro elemento – che introduce ad un
aspetto più generale – che spiega “perché
Ponticelli”. Per essere efficace una
disinformazione deve contare su tre fattori:
l’autorevolezza della fonte; la creazione del
senso comune; la capacità di diffusione[8]. Nel
caso di Ponticelli la notizia ha fatto talmente
leva su un pregiudizio consolidato e una paura
diffusa – gli zingari rapitori di bambini – che
è diventata vera indipendentemente
dall’autorevolezza della fonte, comunque
presentata all’inizio solo come “mamma” (da qui
il processo di identificazione di tante famiglie
che hanno vissuto quel dramma come proprio)
mentre le successive notizie – figlia di un
caporione della zona – sono rimaste comunque
nello sfondo[9]. Ovviamente la successiva
diffusione della notizia non ha fatto altro che
moltiplicare le paure, legittimare la rivolta e
moltiplicare nel breve periodo la suggestione di
altri rapimenti di bambini.
Questa dinamica disinformativa non deve
meravigliare. Purtroppo. Perché quando sono
presenti le tre condizioni che ho prima esposto,
è possibile andare ben oltre ai nostri scenari
italiani. Ponticelli ha provocato una sommossa
popolare; un po’ di insano chiacchiericcio
politico ma fortunatamente nessuno è morto. Per
la guerra in Iraq i morti sono stati milioni e
ancora oggi si muore quotidianamente per le sue
conseguenze. Eppure la “ricetta” utilizzata per
legittimare di fronte all’opinione pubblica
internazionale e perfino alle Nazioni Unite la
“guerra preventiva” è stata la medesima: nei
miei studi della disinformazione e la propaganda
ho citato come esempio “da manuale” l’intervento
del Segretario di Stato degli Stati Uniti Colin
L. Powell al Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite del 5 febbraio 2003. All’epoca,
gli Stati Uniti e alcuni governi loro alleati si
dicevano certi che Saddam Hussein possedesse
armi di distruzione di massa e aiutasse il
terrorismo internazionale. Saddam Hussein, in
qualche misura, era rappresentato come gli
zingari: cattivo e capace di tutto. Figurarsi se
un tiranno sanguinario non potesse aiutare il
terrorismo internazionale o non avesse armi in
grado di distruggere la stessa Europa. Figurarsi
se gli zingari, che realmente sono autori di
numerosi furti e borseggi, non siano capaci di
rubare i bambini. Questa tecnica disinformativa
si definisce “attribuzione arbitraria”: non far
discendere la falsa informazione dal nulla, ma
inserirla in un contesto vero. Se è vero – come
era vero – che Saddam Hussein aveva sterminato i
curdi utilizzando i gas, allora doveva essere
vero (mentre era falso) che avesse le armi di
distruzione di massa. Se è vero – come è vero –
che gli indici delinquenziali tra i rom sono
superiori a quelli di altre comunità, allora
anche il resto è vero, anche quando è falso.
Nel caso della guerra all’Iraq, però, gli Stati
Uniti avevano una “grana” in più da risolvere:
in quello stesso periodo gli ispettori
incaricati dalle Nazioni Unite e le agenzie
internazionali erano piuttosto scettici rispetto
alle certezze del governo degli Stati Uniti. Per
cui, nell’intervento all’Onu, compito di Colin
Powell non fu solamente quello di confutare le
affermazioni del regime iracheno (Saddam poteva
dire ciò che voleva, ma in quel contesto
l’opinione pubblica occidentale non gli avrebbe
comunque dato ascolto) ma soprattutto togliere
credibilità ad altre fonti più neutrali, ma
altrettanto autorevoli, come appunto gli
ispettori dell’Onu. Nel suo discorso, esemplare
come uso delle tecniche di disinformazione,
propaganda e contro-propaganda, Powell riuscì a
convincere molti indecisi sulle ragioni
dell’amministrazione Bush. Oggi Powell è passato
con Obama e tanti hanno dimenticato quel
discorso e le tragiche conseguenze che provocò…
ma questa è un’altra storia. Mi limito a dire
che Powell, allora come oggi, è stato
mediaticamente trattato assai meglio di Saddam
Hussein e degli zingari.
In definitiva, per concludere queste note, è mia
convinzione che sono molto più numerosi gli
interventi attraverso i quali l’informazione –
più in generale il mondo della comunicazione –
cavalca le paure, moltiplica l’insicurezza
percepita ed è oggettivamente alleata di chi
specula sulla paura o dalla paura trae la
propria forza e legittima scelte sociali e
politiche, rispetto agli interventi in cui
l’informazione funge da strumento di difesa
dalle paure e strumento di sicurezza. Al di là
di alcune precise azioni di disinformazione di
massa – la guerra in Iraq ne è un esempio
lampante – non credo però che ci siano
complotti, ma molto spesso la tendenza della
comunicazione di massa (volutamente generalizzo,
anche se in questo caso faccio ricorso pure io
allo stereotipo dei giornali che non informano…)
ad adagiarsi sulle “bolle” ed a sostituire
l’approccio critico in una pilatesca rincorsa
alla “notizia”, come se potesse essere qualcosa
di neutrale, mentre – come ho detto – ogni
notizia complessa[10] è anche “interpretazione”,
quindi mai neutrale o “oggettiva”.
Naturalmente non è destino ineludibile
dell’informazione e più in generale della
comunicazione di massa diventare il gendarme
dell’autoritarismo o di qualsiasi tipo di
pregiudizi e stereotipi, compresi quelli
“progressisti”, ossia la tendenza a suddividere
il mondo in una minoranza di “buoni” che
vogliono la verità; mentre la maggioranza,
magari alleata con i poteri forti, persegue la
menzogna. La demagogia trasversale è parte
integrante della banalizzazione della
complessità e foriera dei luoghi comuni. Non
vorrei, puntando l’indice sulla disinformazione
e la propaganda e sulle distorsioni che
producono, fare a mia volta – nel senso
deteriore del termine – propaganda. L’esperienza
mi ha però insegnato che sugli allarmi e la
paura il mondo dell’informazione (ma non solo il
mondo dell’informazione) farebbe bene ogni tanto
a farsi un esame di coscienza. E mi ha insegnato
che la necessaria e ineludibile riduzione della
complessità che presiede larga parte dei
processi comunicativi non deve essere mai
disgiunta da un sano e sapiente vaglio critico,
anche quando è più facile e opportuno fare il
contrario. Ho avuto recentemente modo di
scrivere che oggi le viscere hanno molto più
appeal della ragione. Ma bisogna sempre
ricordarsi che il sonno della ragione genera
mostri. E pogrom e linciaggi e odii. Ingiustizie
e crimini che qualcuno continua a chiamare
“sicurezza”.
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