Voglio andare diretto al punto con un episodio accaduto
circa un anno fa: un “vip” finì sotto
inchiesta, venne intercettato e, tra le altre cose, dalle
telefonate emerse che andava a prostitute. Negli atti giudiziari
- resi pubblici senza alcun filtro, comprese le vicende
personali prive di qualsiasi rilievo penale – compariva
l'indirizzo e il numero di telefono della prostituta. A
quel punto un giornale pensa bene di mandare un suo inviato
a parlare con la signora e farsi raccontare i gusti sessuali
del “vip”. La domanda che faccio e me, ma soprattutto
al sindacato e all'ordine dei giornalisti è: questa
è libertà di stampa, o è libertà
di gogna Lo dico perché si è appena scioperato
contro il decreto Mastella e, al di là dei legittimi
rilievi su un provvedimento pensato in fretta più
per proteggere la politica che i semplici cittadini, ritengo
che sia giunta l'ora di riflettere seriamente anche sull'
“intercettazionificio” e sul modo con il quale
si sia creato un tritacarne che devasta la vita delle persone
(che poi spesso sono le parti lese) del quale faremmo bene
più a vergognarci che a difenderlo in nome della
libertà di stampa. In principio c'erano i giornalisti
che, correndo rischi personali, sfidavano i segreti di Stato,
gli “omissis” e quant'altro di un potere reso
intoccabile anche da una magistratura asservita. Ma partire
da questa storia nobile per legittimare la pubblicazione
degli sms di Anna Falchi, tutte le corna dei calciatori
fino al “mercato delle vacche” che per due anni
ha seguito la storia delle telefonate del caso Unipol è
un pretesto. Bisogna chiedersi se l'intercettazionificio
sia solo un presidio di legalità o fonte di ricatti,
avvertimenti o mezzi di pressione. Se questi scoop non trasformino,
a volte, i giornali nello strumento o nella cassa di risonanza
di giochi altrui. Se il non avere o riconoscere limiti sia
davvero un buon servizio che si fa all'informazione e alla
civiltà del Paese. Come non credo che omettere il
nome delle violentate o dei minori sia una limitazione della
libertà, non credo che un'autoregolamentazione sia
una censura. Certo lo scandalo è a monte, perché
negli atti giudiziari talora finiscono irresponsabilmente
(o maliziosamente) cose che con il processo nulla c'entrano.
Ma quel filtro deve essere almeno operato dalla stampa.
Altrimenti siamo degli utili idioti. , peggio, dei complici.
E
Polis 2 luglio 2007