Trent'anni per un mistero
che poi non è tale; trent'anni senza verità
giudiziaria per la morte di Giorgiana Masi, innocente vittima
di quello che è ormai riconosciuto come un dramma
che rappresentò un'appendice della “strategia
della tensione”. E, forse, questa verità storico-politica
è molto più importante delle sabbie mobili
che inghiottirono l'inchiesta giudiziaria. Giorgiana, assassinata
da una pallottola vagante il 12 maggio del 1977, durante
alcuni scontri che avvennero a margine di una manifestazione
organizzata dal “Partito radicale”. Ma da chi?
E perché? Mistero. Silenzi. Veleni. Francesco Cossiga,
all'epoca contestatissimo ministro dell'Interno disse in
una intervista a “Radio Radicale” nel 2001:
“Non vorrei essere frainteso ma io le dico con estrema
onestà che come sia morta Giorgiana Masi non lo so”.
Qualche anno dopo, a Report, Cossiga disse qualcosa di diverso:
«È uno di quei segreti che non rivelerei neanche
se mi chiamasse la magistratura. Sarebbe troppo doloroso».
Quale segreto? Trent'anni dopo resta il dolore e la rabbia
per le tante verità negate in quell'Italia democristiana
che tra “omissis” e “segreti di stato”
a lungo protesse bombaroli, depistatori e farabutti. Quell'Italia
che liquidò la morte di Giorgiana con il “non
doversi a procedere per essere rimasti ignoti i responsabili
del reato”. Era il 12 maggio 1977. A Roma c'era tensione
per una manifestazione – non autorizzata – dei
radicali. Scoppiarono alcuni incidenti e la Masi fu raggiunta
da un proiettile mentre si trovava all’altezza di
Ponte Garibaldi. Molti testimoni dissero che il colpo era
stato sparato da agenti di polizia in borghese. Ma il Viminale
replicò che nessun agente in borghese aveva fatto
uso di armi. Bugie smentite, tra gli altri, da Leandro Turriani,
del Messaggero, che aveva immortalato agenti in borghese
armati e che sparavano. Turriani testimoniò che i
colpi che uccisero Giorgiana erano arrivati dal punto “dove
erano allineati carabinieri e polizia con mezzi antisommossa”.
Ma il giudice non prese troppo sul serio. E nella sua ricostruzione
assolse sia i radicali (e meno male) che le “forze
dell'ordine”, sostenendo che quel colpo era stato
sparato da “provocatori e mistificatori” che
volevano provocare il caos. Ancora una volta: ma chi? Silenzio.
E allora la più ragionevole resta la convinzione
di Marco Pannella, il quale ha più volte affermato:
«Quell’assassinio fu un incidente per estendere
a tutta Italia l’illegale decreto di sospensione dei
diritti costituzionali dell’allora ministro degli
Interni Francesco Cossiga. Si trattava di estendere a tutta
Italia la sospensione dei diritti costituzionali utilizzando
i morti organizzati e preparati dal ministero degli Interni».
Tesi assai forte, ma non priva di fondamento nella sua sostanza.
Tant'è che oggi non è azzardato, come detto,
definire la morte di Giorgiana Masi come un'appendice della
“strategia della tensione” poiché anche
le stragi fasciste erano state organizzate con il chiaro
intento di spianare la strada alla proclamazione di “stati
di emergenza” o strette autoritarie. Cosa resta trent'anni
dopo? La sensazione che i responsabili della morte di Giorgiana
Masi abbiano vinto la loro partita politica. E poi la rabbia,
una foto sbiadita e un nome che, poco alla volta, nessuno
ricorderà più.
E
Polis 13 maggio 2007