Nell’anno 1974,
nel pieno della campagna referendaria nella quale si chiedeva
di cancellare la legge sul divorzio, il segretario della
Democrazia Cristiana, Amintore Fanfani disse: “I beni
della famiglia diventeranno di fameliche concupiscenti e
venali concubine. Le mogli con la tragedia del divorzio
hanno davanti una sola prospettiva: lo spettro di un’angosciante
solitudine avvolta nella miseria più nera”.
Ancor più celebre divenne la frase il cui il politico
democristiano sostenne che le mogli sarebbero scappate con
le cameriere. Insomma, Sodoma e Gomorra si sarebbero impadronite
dell’Italia. A queste terrorizzanti evocazioni che
avrebbero voluto far leva sui sentimenti più retrivi
di un’Italia che si credeva (o meglio si voleva) ancora
perbenista e bigotta si rispose, dal fronte divorzista,
con uno slogan tanto pacato quanto intelligente: “Chi
crede nel matrimonio non ha paura del divorzio”. Elementare
concetto: la legge sul divorzio non obbligava mogli e mariti
a separarsi. Ma dava solamente un’opportunità
di vita a quelle coppie che avevano esaurito il loro amore
o le ragioni di un rapporto. Ed in effetti, chi si voleva
bene ha continuato a volersene e a stare insieme anche dopo
la legge sul divorzio. All’epoca lo scontro fu durissimo,
tant’è che la campagna democristiana, appoggiata
dal movimento sociale di Almirante, fu definita una crociata
clerico-fascista. Certamente, riproporre oggi un linguaggio
così desueto potrebbe risultare improprio. E tuttavia,
nella sostanza, un parallelismo tra ciò che accadde
allora e ciò che sta accadendo adesso è più
che lecito. Del resto, così come Fanfani paventava
un’Italia preda delle concubine, parlando ad un paese
che non rappresentava più, in queste settimane è
stato detto e ripetuto in ogni salsa che i Dico rappresentano
una minaccia all’integrità della famiglia.
Ad una tale obiezione si può tranquillamente rispondere
che chi crede nella famiglia non ha paura dei Dico. Partendo
dall’elementare e liberale principio che sulle scelte
individuali ognuno dovrebbe essere libero di fare come più
crede, senza subire discriminazioni o vedersi negati i suoi
diritti. L’Italia reale è molto più
avanti, come lo era nel 1974, perché è consapevole
che la vita e l’amore sono come un arcobaleno. E per
fortuna non saranno le grigie nubi del perbenismo perduto
a poter negare all’arcobaleno i suoi colori.
E
Polis 15 maggio 2007