Di Vanessa e Karolina
conosciamo ben poco, se non il volto sorridente immortalato
in una fotografia o il racconto disperato di scampoli della
loro esistenza. Karolina, poi, se ne è andata a cinque
anni senza aver avuto il tempo di conoscere questo mondo,
nelle sue meraviglie e nei suoi orrori, nelle sue speranze
e nelle tante disperazioni. Vanessa e Karolina unite nello
stesso tragico destino sono il simbolo della deriva violenta
di una società che stenta sempre di più a
riconoscersi in valori condivisi; che alla convivenza ha
sostituito la prepotenza, alla giustizia la vendetta e alla
comprensione l’odio e il rancore. Non che sia mai
esistita una “età dell’oro”, anzi,
ma è difficile non vedere con preoccupazione il progressivo
sgretolamento di ciò che ci tiene insieme, con tutto
ciò che ne deriva in egoismi e aggressività.
Ciò che dovrebbe indurre a una riflessione, però,
è che la morte di Vanessa, italiana uccisa da un’immigrata
dell’est sia stata percepita e rappresentata come
qualcosa di molto più grave della morte di Karolina,
immigrata dell’est uccisa da un italiano. Come se
il passaporto della vittima e dell’aggressore fossero
in grado, in sé, di costituire l’unico metro
di giudizio. Come se in un caso le responsabilità
fossero necessariamente collettive: “i rumeni”;
mentre nell’altro siano solo individuali. Non so se
i ragazzotti di Forza Nuova stavolta si precipiteranno a
San Paolo Belsito a organizzare una fiaccolata, quel che
è certo è il silenzio di molti politici, altrimenti
pronti a cavalcare intolleranze e paure. Eppure il miglior
modo per onorare la memoria e il sacrificio di una vittima
innocente come Vanessa è proprio quello di provare
eguale indignazione per la morte di qualsiasi innocente
“senza distinzione di sesso, di razza, di lingua,
di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali
e sociali”, per citare la nostra Costituzione. È
sbagliato invocare pena di morte o condanne esemplari a
passaporti alternati, come è un errore cercare una
rassicurante risposta ai nostri problemi nell’ “altro”
cattivo per definizione, che ci impedisce di guardare dentro
di noi. Vanessa e Parolina sono la rappresentazione dell’assurdità
della morte. Se dobbiamo combattere qualcuno allora combattiamo
quell’orda barbarica chiamata violenza, che ha invaso
la nostra società e, spesso, si è anche impossessata
di noi.
E
Polis 8 maggio 2007