gli articoli di Gianni Cipriani


 

 

La vittima straniera ci indigna di meno

 

Di Vanessa e Karolina conosciamo ben poco, se non il volto sorridente immortalato in una fotografia o il racconto disperato di scampoli della loro esistenza. Karolina, poi, se ne è andata a cinque anni senza aver avuto il tempo di conoscere questo mondo, nelle sue meraviglie e nei suoi orrori, nelle sue speranze e nelle tante disperazioni. Vanessa e Karolina unite nello stesso tragico destino sono il simbolo della deriva violenta di una società che stenta sempre di più a riconoscersi in valori condivisi; che alla convivenza ha sostituito la prepotenza, alla giustizia la vendetta e alla comprensione l’odio e il rancore. Non che sia mai esistita una “età dell’oro”, anzi, ma è difficile non vedere con preoccupazione il progressivo sgretolamento di ciò che ci tiene insieme, con tutto ciò che ne deriva in egoismi e aggressività. Ciò che dovrebbe indurre a una riflessione, però, è che la morte di Vanessa, italiana uccisa da un’immigrata dell’est sia stata percepita e rappresentata come qualcosa di molto più grave della morte di Karolina, immigrata dell’est uccisa da un italiano. Come se il passaporto della vittima e dell’aggressore fossero in grado, in sé, di costituire l’unico metro di giudizio. Come se in un caso le responsabilità fossero necessariamente collettive: “i rumeni”; mentre nell’altro siano solo individuali. Non so se i ragazzotti di Forza Nuova stavolta si precipiteranno a San Paolo Belsito a organizzare una fiaccolata, quel che è certo è il silenzio di molti politici, altrimenti pronti a cavalcare intolleranze e paure. Eppure il miglior modo per onorare la memoria e il sacrificio di una vittima innocente come Vanessa è proprio quello di provare eguale indignazione per la morte di qualsiasi innocente “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, per citare la nostra Costituzione. È sbagliato invocare pena di morte o condanne esemplari a passaporti alternati, come è un errore cercare una rassicurante risposta ai nostri problemi nell’ “altro” cattivo per definizione, che ci impedisce di guardare dentro di noi. Vanessa e Parolina sono la rappresentazione dell’assurdità della morte. Se dobbiamo combattere qualcuno allora combattiamo quell’orda barbarica chiamata violenza, che ha invaso la nostra società e, spesso, si è anche impossessata di noi.

E Polis 8 maggio 2007