gli articoli di Gianni Cipriani


 

 

Quell'oscuro fascino di nome lotta armata

 

Che l'ultima minaccia giunta al presidente della Cei, Bagnasco, sia opera di un mitomane è molto probabile. Del resto la tragica storia del terrorismo italiano ci ha insegnato che non sempre (è capitato, ma solo in qualche caso) gli attentati sono stati preceduti da avvertimenti mirati. Tuttavia, anche se fossimo in presenza di un gesto scriteriato di qualche esaltato, il problema rimane e non può essere visto come un dettaglio. Perché il clima non è esattamente dei migliori e, purtroppo, la “voglia di eversione” che si manifesta con sempre più evidenza e frequenza è il motore che spinge mitomani, emuli e fanatici all'azione. Poco male - si fa per dire - fino a quando ci si ferma a qualche scritta sui muri o qualche lettera anonima. Peggio e preoccupante quando questa esaltazione condivisa si trasforma nel brodo di coltura della nuova eversione e nella legittimazione, postuma e preventiva, di coloro che la lotta armata la predicano e la preparano, con tanto di strategie propagandistiche pensate per far crescere il numero dei militanti, dei fiancheggiatori e dei simpatizzanti. Quelli che, per intenderci, anche se fino ad ora hanno al massimo distribuito qualche volantino, comunque pensano - per fare un esempio - che Massimo D'Antona e Marco Biagi fossero due “nemici del popolo”, mentre i suoi assassini dei “prigionieri” dello Stato borghese. C'è da prendere atto, quindi, che non solo quello della “violenza politica” è un tema all'ordine del giorno, ma soprattutto la sua declinazione terroristica o “lottarmatista” è fonte di una nuova fascinazione in settori certamente ultra-minoritari ma non così marginali della società. Del resto, soprattutto adesso, questa rinnovata voglia di rivoluzione nella versione post-brigatista trova alimento in una concezione nulla affatto banale o folle, ma in una strategia politica molto più simile a quella dei partiti politici che alle Brigate Rosse, per come erano diventate dagli anni Ottanta in poi. E quindi la sfida è anzitutto politica e non riguarda solamente le attività della magistratura e delle forze di polizia. Certo, non esistono ricette già pronte per eliminare qualcosa che, forse, è nel dna della società italiana. Tuttavia all'indignazione andrebbe accompagnata la comprensione del fenomeno. Unico metodo per costruire una diga che impedisca ai cento rivoli eversivi di riunirsi in un solo fiume.

E Polis 30 aprile 2007