La partita che si sta
giocando sulla testa (e purtroppo non è solo un modo
di dire) di Adjmal Naskhbandi e sull'arresto (con relative
torture) di Rahmatulah Hanefi ha molte sfaccettature e può
essere raccontata da tante angolazioni diverse. Ma la lettura
è una sola: in primis rappresaglia contro l'Italia,
la sua linea “trattativista” e le troppe esitazioni
di fronte alle pressanti ingerenze dell'amministrazione
Bush e dei suoi referenti interni; in secundis un'aggressione
a Emergency, diventata fin troppo scomoda e indigesta per
il suo pacifismo integrale in tempi di offensiva Nato. In
mezzo Romano Prodi, attaccato da destra, da sinistra e dai
falchi della Nato, anche se in serata un prudente Berlusconi
ha tirato il freno a mano: del resto con i “terroristi”
il suo governo aveva trattato come e più di quello
attuale. E magari qualche documento segreto fatto filtrare
avrebbe potuto sbugiardarlo. Da un punto di vista generale,
dunque, è sempre più evidente che il “caso”
Mastrogiacomo è un regolamento di conti alla vigilia
della “fase 2” della guerra in Afghanistan alla
quale l'Italia è chiamata a gran voce a partecipare
con più determinazione. Realismo politico vuole che
l'Italia, tra molti mal di pancia, non ritiri le truppe.
In realtà tutti sanno che la guerra afgana sta diventando
sempre più sporca, le politiche si stanno rivelando
fallimentari e il governo Karzai non è esattamente
composto da galantuomini e democratici, se la popolazione
addirittura rimpiange i talebani. Ma un ritiro dell'Italia,
che già tante frizioni ha avuto con l'amministrazione
Bush, sarebbe destabilizzante. Da qui l'assedio interno
ed esterno, fino all'aggressione all'indomani della liberazione
di Mastrogiacomo, con toni e atteggiamenti che ricordano
i “bei tempi” del piduismo imperante. Il governo
Prodi? Fino ad ora ha resistito. Ma certamente ha scelto
il basso profilo, senza trovare la forza di rivendicare
con orgoglio il proprio operato legittimato dal recupero
della dignità nazionale. Inevitabilmente l'anello
debole della catena, Emergency, ha pagato il prezzo più
alto. L'Italia non ha difeso fino in fondo il mediatore
e ora siamo al paradosso che Ramatullah è finito
nelle mani di aguzzini che proprio l'Italia ha finanziato
con 50 milioni di euro per la ricostruzione di un inesistente
sistema giudiziario. La rabbia di Gino Strada è più
che comprensibile. L'opposzione? Sensibile ai richiami d'Oltreoceano
ha scelto una linea che è oggettivamente anti-italiana.
Ma gli interessi in gioco sono enormi. E tutte le previsioni
fanno pensare, purtroppo, ad una nuova stagione di veleni,
di interferenze e di lutti.