gli articoli di Gianni Cipriani


 

 

I veleni dell'Afghanistan

 

La partita che si sta giocando sulla testa (e purtroppo non è solo un modo di dire) di Adjmal Naskhbandi e sull'arresto (con relative torture) di Rahmatulah Hanefi ha molte sfaccettature e può essere raccontata da tante angolazioni diverse. Ma la lettura è una sola: in primis rappresaglia contro l'Italia, la sua linea “trattativista” e le troppe esitazioni di fronte alle pressanti ingerenze dell'amministrazione Bush e dei suoi referenti interni; in secundis un'aggressione a Emergency, diventata fin troppo scomoda e indigesta per il suo pacifismo integrale in tempi di offensiva Nato. In mezzo Romano Prodi, attaccato da destra, da sinistra e dai falchi della Nato, anche se in serata un prudente Berlusconi ha tirato il freno a mano: del resto con i “terroristi” il suo governo aveva trattato come e più di quello attuale. E magari qualche documento segreto fatto filtrare avrebbe potuto sbugiardarlo. Da un punto di vista generale, dunque, è sempre più evidente che il “caso” Mastrogiacomo è un regolamento di conti alla vigilia della “fase 2” della guerra in Afghanistan alla quale l'Italia è chiamata a gran voce a partecipare con più determinazione. Realismo politico vuole che l'Italia, tra molti mal di pancia, non ritiri le truppe. In realtà tutti sanno che la guerra afgana sta diventando sempre più sporca, le politiche si stanno rivelando fallimentari e il governo Karzai non è esattamente composto da galantuomini e democratici, se la popolazione addirittura rimpiange i talebani. Ma un ritiro dell'Italia, che già tante frizioni ha avuto con l'amministrazione Bush, sarebbe destabilizzante. Da qui l'assedio interno ed esterno, fino all'aggressione all'indomani della liberazione di Mastrogiacomo, con toni e atteggiamenti che ricordano i “bei tempi” del piduismo imperante. Il governo Prodi? Fino ad ora ha resistito. Ma certamente ha scelto il basso profilo, senza trovare la forza di rivendicare con orgoglio il proprio operato legittimato dal recupero della dignità nazionale. Inevitabilmente l'anello debole della catena, Emergency, ha pagato il prezzo più alto. L'Italia non ha difeso fino in fondo il mediatore e ora siamo al paradosso che Ramatullah è finito nelle mani di aguzzini che proprio l'Italia ha finanziato con 50 milioni di euro per la ricostruzione di un inesistente sistema giudiziario. La rabbia di Gino Strada è più che comprensibile. L'opposzione? Sensibile ai richiami d'Oltreoceano ha scelto una linea che è oggettivamente anti-italiana. Ma gli interessi in gioco sono enormi. E tutte le previsioni fanno pensare, purtroppo, ad una nuova stagione di veleni, di interferenze e di lutti.

E Polis 11 aprile 2007