Fare i moralisti non serve a nulla, a
questo punto. Nemmeno di fronte all'istintivo ribrezzo che
si può provare di fronte a storie (le ennesime) di
ricatti, attricette disposte a tutto per una parte, vip
dal pelo sullo stomaco, fotografi d'assalto e vittime che
diventano complici. Anzi, il moralismo ha un rancido sapore
di ipocrisia, perché l'indice puntato contro i “mostri”
di oggi è l'anticamera dell'assoluzione delle nostre
coscienze, altrettanto colpevoli. Perché se c'è
un “mostro”, questo è il sistema dentro
il quale sono nati, cresciuti, arricchiti e quant'altro
i “lelemora”, “corona” e compagnia
cantando, con tutto lo stuolo di aedi della comunicazione
e dell'informazione prona al dio denaro pronti ad elevare
un puttanaio a sistema di valori. Il fotografo Corona è
oggi l'elemento debole e più evidente di un sistema
più vasto e strutturato che annebbia e mortifica
le coscienze; quel sistema - come ebbi modo di dire tempo
addietro - che trasforma Flavio Briatore in un politologo
solo in nome dei soldi che ha fatto; che dispensa foto e
notizie sui “vip”, sui potenti e sui ricchi
destinate, spesso, a quella moltitudine di persone che stentano
ad arrivare a fine mese, che magari hanno i figli disoccupati
e precari, ma che si inebriano al lontano profumo di unguenti
spalmati su pelli altrui. Un sistema perverso, vero e proprio
oppio dei popoli, che non è solamente l'espressione
di degrado morale e vuoto culturale (quelli sarebbero affari
privati dei “vip” e compari) ma che è
utilizzato strumentalmente come surrogato sociale, talché
il poveraccio si immedesima nelle sorti del ricco ed in
tal maniera la diseguaglianza e l'ingiustizia non solo è
introiettata, ma diventa un valore di chi non sta e non
starà mai alla mensa dei potenti, ma può sognare
di arrivarci. Salvo, nel frattempo, chinare la testa e accettare
questo mondo come l'unico possibile. In fin dei conti, per
un Corona che traffica foto in quella maniera ci sono decine
di testate pronte a pubblicarle e decine di potenziali lettori
pronti a guardarle, a commentarle e a immedesimarsi con
i protagonisti. Tutti innocenti? Non credo. Ecco che questo
ennesimo “scandalo” (al di là degli aspetti
giudiziari) dovrebbe indurre a una riflessione seria. Perché
è figlio del dio mercato ed è nello stesso
tempo uno strumento che ci tiene inginocchiati e inermi
di fronte al dio mercato.