gli articoli di Gianni Cipriani


 

 

Quando il degrado diventa un valore

 

Fare i moralisti non serve a nulla, a questo punto. Nemmeno di fronte all'istintivo ribrezzo che si può provare di fronte a storie (le ennesime) di ricatti, attricette disposte a tutto per una parte, vip dal pelo sullo stomaco, fotografi d'assalto e vittime che diventano complici. Anzi, il moralismo ha un rancido sapore di ipocrisia, perché l'indice puntato contro i “mostri” di oggi è l'anticamera dell'assoluzione delle nostre coscienze, altrettanto colpevoli. Perché se c'è un “mostro”, questo è il sistema dentro il quale sono nati, cresciuti, arricchiti e quant'altro i “lelemora”, “corona” e compagnia cantando, con tutto lo stuolo di aedi della comunicazione e dell'informazione prona al dio denaro pronti ad elevare un puttanaio a sistema di valori. Il fotografo Corona è oggi l'elemento debole e più evidente di un sistema più vasto e strutturato che annebbia e mortifica le coscienze; quel sistema - come ebbi modo di dire tempo addietro - che trasforma Flavio Briatore in un politologo solo in nome dei soldi che ha fatto; che dispensa foto e notizie sui “vip”, sui potenti e sui ricchi destinate, spesso, a quella moltitudine di persone che stentano ad arrivare a fine mese, che magari hanno i figli disoccupati e precari, ma che si inebriano al lontano profumo di unguenti spalmati su pelli altrui. Un sistema perverso, vero e proprio oppio dei popoli, che non è solamente l'espressione di degrado morale e vuoto culturale (quelli sarebbero affari privati dei “vip” e compari) ma che è utilizzato strumentalmente come surrogato sociale, talché il poveraccio si immedesima nelle sorti del ricco ed in tal maniera la diseguaglianza e l'ingiustizia non solo è introiettata, ma diventa un valore di chi non sta e non starà mai alla mensa dei potenti, ma può sognare di arrivarci. Salvo, nel frattempo, chinare la testa e accettare questo mondo come l'unico possibile. In fin dei conti, per un Corona che traffica foto in quella maniera ci sono decine di testate pronte a pubblicarle e decine di potenziali lettori pronti a guardarle, a commentarle e a immedesimarsi con i protagonisti. Tutti innocenti? Non credo. Ecco che questo ennesimo “scandalo” (al di là degli aspetti giudiziari) dovrebbe indurre a una riflessione seria. Perché è figlio del dio mercato ed è nello stesso tempo uno strumento che ci tiene inginocchiati e inermi di fronte al dio mercato.

E Polis 14 marzo 2007