Sanno bene i più
attenti studiosi del terrorismo che la malvagità
o la follia spiegano assai poco i perché di tanta
violenza e di tanta crudeltà. Al contrario, quasi
tutte le ricerche criminologiche dimostrano come il terrorista
non si consideri un crudele, un violento, un assassino,
quanto piuttosto una vittima. E quindi, in quanto “vittima”,
votato ad una missione di riscatto. Ciò spiega
perché, storicamente, il terrorismo non è
mai frutto di una follia individuale, bensì il
prodotto di processi storici, politici, o anche culturali
o religiosi. In altri termini, siamo di fronte ad un fenomeno
che difficilmente può essere sradicato solo con
la repressione - o peggio con la guerra - ma va combattuto
anche, se non soprattutto, con le armi della politica.
Il problema, dunque, non è quello di dire che “siamo
contro il terrorismo”, ma di “come”
si possa contenere e debellare. Per questi motivi, sarebbe
molto utile sottrarre questo dibattito al continuo richiamo
di contenitori vuoti, quanto piuttosto cominciare a discutere
di contenuti. Ad esempio, nell'Afghanistan “democratico”,
le condizioni di vita della popolazione non sono nulla
affatto migliorate, come ormai tutti gli studiosi più
avvertiti sostengono. E allora, il “consenso di
ritorno” di cui godono sempre più i talebani
- ossia coloro che per la nostra cultura rappresentano
il male e l'oscurantismo - non può essere semplicemente
liquidato come una vocazione “masochista”
di quelle popolazioni, quanto piuttosto come il fallimento
delle politiche di coloro che avevano promesso un Afghanistan
libero e migliore. In questa direzione, le polemiche,
tutte italiane, sul rifinanziamento della nostra missione,
sembrano davvero scatole vuote. Perché manca una
domanda di fondo: in Afghanistan, ma per fare cosa? Poiché
è evidente che le politiche seguite fino ad ora
dalla comunità internazionale siano state sbagliate.
Anzi, ci si è trovati nella situazione di una legittimazione
postuma dei talebani. E allora, in Afghanistan come altrove,
c'è da prendere atto che il problema è politico
e non solo militare. Un passo in avanti, ad esempio, sarebbe
quello di pretendere un “programma ”. Cosa
in concreto dovrà fare, e soprattutto non dovrà
più fare la missione internazionale. Passare dagli
slogan ai contenuti. Sembra poco, ma sarebbe già
una mezza rivoluzione.