gli articoli di Gianni Cipriani


 

 

Quel dibattito vuoto sulle missioni di pace

 

Sanno bene i più attenti studiosi del terrorismo che la malvagità o la follia spiegano assai poco i perché di tanta violenza e di tanta crudeltà. Al contrario, quasi tutte le ricerche criminologiche dimostrano come il terrorista non si consideri un crudele, un violento, un assassino, quanto piuttosto una vittima. E quindi, in quanto “vittima”, votato ad una missione di riscatto. Ciò spiega perché, storicamente, il terrorismo non è mai frutto di una follia individuale, bensì il prodotto di processi storici, politici, o anche culturali o religiosi. In altri termini, siamo di fronte ad un fenomeno che difficilmente può essere sradicato solo con la repressione - o peggio con la guerra - ma va combattuto anche, se non soprattutto, con le armi della politica. Il problema, dunque, non è quello di dire che “siamo contro il terrorismo”, ma di “come” si possa contenere e debellare. Per questi motivi, sarebbe molto utile sottrarre questo dibattito al continuo richiamo di contenitori vuoti, quanto piuttosto cominciare a discutere di contenuti. Ad esempio, nell'Afghanistan “democratico”, le condizioni di vita della popolazione non sono nulla affatto migliorate, come ormai tutti gli studiosi più avvertiti sostengono. E allora, il “consenso di ritorno” di cui godono sempre più i talebani - ossia coloro che per la nostra cultura rappresentano il male e l'oscurantismo - non può essere semplicemente liquidato come una vocazione “masochista” di quelle popolazioni, quanto piuttosto come il fallimento delle politiche di coloro che avevano promesso un Afghanistan libero e migliore. In questa direzione, le polemiche, tutte italiane, sul rifinanziamento della nostra missione, sembrano davvero scatole vuote. Perché manca una domanda di fondo: in Afghanistan, ma per fare cosa? Poiché è evidente che le politiche seguite fino ad ora dalla comunità internazionale siano state sbagliate. Anzi, ci si è trovati nella situazione di una legittimazione postuma dei talebani. E allora, in Afghanistan come altrove, c'è da prendere atto che il problema è politico e non solo militare. Un passo in avanti, ad esempio, sarebbe quello di pretendere un “programma ”. Cosa in concreto dovrà fare, e soprattutto non dovrà più fare la missione internazionale. Passare dagli slogan ai contenuti. Sembra poco, ma sarebbe già una mezza rivoluzione.

E Polis 23 gennaio 2007