Parliamo del G8 di Genova. Quello della città devastata
dai black-bloch e dai picchiatori dell’antagonismo più
duro; quello delle cariche indiscriminate, delle torture
di Bolzaneto e della Diaz; quello della morte di Carlo
Giuliani. Una pagina nera, le cui responsabilità vanno
ricercate anzitutto tra coloro che cercavano e volevano
lo scontro, indipendentemente da quale parte della
barricata fossero. Non voglio fare del facile
allarmismo, ma di quel clima ne sento l’odore. O meglio,
mi sembra che sulla tavola ci siano i medesimi
ingredienti. Da un lato la voglia di ordine e sicurezza,
la tolleranza zero, il pugno duro e il decisionismo di
chi deve dimostrare che da ora in poi “non si scherza”.
Da un altro lato la tentazione di “capitalizzare”
l’intolleranza per guadagnare nuovi spazi politici o
addirittura fisici. Dall’altro lato ancora chi si
oppone, ma poiché non si sente rappresentato nelle sedi
istituzionali, pensa che qualche molotov sia più
efficace di dibattiti o del confronto parlamentare e che
la “militanza” – intesa come presenza in piazza – è
l’unica risposta. Non credo proprio di sbagliarmi. Il
rinfaccio delle colpe, la minimizzazione degli episodi o
il furbo tentativo di ricavare qualche vantaggio
immediato non aiutano. Anzi, aggravano la deriva. Mi
permetto di consigliare a tutti maggiore serietà e
responsabilità. L’Italia è una Nazione, non un plastico
dove giocare ai soldatini. Non vorrei proprio dover
raccontare di qualche morto. A Napoli, a Roma o in una
qualsiasi piazza o università di questo paese
prigioniero dell’odio, della paura e dell’intolleranza.