Nei giorni scorsi pensavo che se fossi stato un boss
mafioso, un camorrista o un faccendiere “furbetto”
impelagato nei più loschi traffici, non avrei potuto non
rallegrarmi della piega che ha preso il dibattito sulla
sicurezza. E sui parametri con i quali sembra che ora si
giudichi la legalità. Beninteso, le elezioni e la
tardiva riabilitazione dei “sindaci sceriffi” hanno
dimostrato quanto questo problema sia sentito e come,
nella vita quotidiana, soprattutto i ceti popolari siano
costretti a convivere con situazioni di degrado e di
pericolo. E tuttavia il fatto che a Napoli dietro gli
assalti ai campi rom ci sia anche la mano dei clan
camorristici o che una spedizione punitiva contro un
insediamento di nomadi avvenuta alcuni mesi fa a Roma
sia stata organizzata da pregiudicati e spacciatori
della zona, la dice lunga. L’illegalità si combatte con
la legalità, non legittimando nuove illegalità. In
secondo luogo, sarebbe bene agire partendo dal fatto che
la legalità non è un’astrazione, ma un complesso di
cose, che devono necessariamente stare assieme.
Altrimenti il legittimo e giusto allarme sociale sulla
micro-criminalità può trasformarsi nella silenziosa resa
nei confronti di un malaffare che altrettanti danni e
degrado provoca al paese. Le democrazie avanzate sono
tali perché non prevedono la giustizia fai da te o le
scorciatoie. Un paese avanzato è quello che sa
affrontare con durezza e autorevolezza l’illegalità. Da
chi spaccia sotto le nostre case, ai ladri, ai mafiosi,
ai faccendieri. Perché la legalità dimezzata sarebbe
solo il trionfo dell’illegalità dei furbi.