gli articoli di Gianni Cipriani


 

 

La kafkiana giustizia italiana tra burocrazia e surrealismo


A me non dispiacerebbe affatto se Franz Kafka potesse tornare su questa terra e visitare i nostrani uffici giudiziari. Chissà se troverebbe ispirazione per una seconda stesura del “Processo” o qualche altro scritto degno del suo genio letterario. Considerazioni che mi sono venute in mente in questi giorni avendo avuto la sventura di essere testimone (e in piccola parte vittima) di uno di quei casi che molti chiamano di mala giustizia, ma che a me sembra assai più appropriato definire surrealismo giudiziario.
Questa la storia: un signore che si era sentito offeso per un articolo pubblicato su E Polis (di cui all’epoca ero condirettore) ha presentato una querela. E fin qui siamo nella norma, anche tenuto conto che il livello di suscettibilità italica è superiore alla media europea. Chissà se per una dose eccessiva di ira o per ignoranza delle norme, però, il signore offeso non si è limitato a querelare l’autore dell’articolo e il direttore responsabile, ossia i destinatari per legge. No. Nella querela sono stati chiamati in causa anche il condirettore, l’amministratore delegato e, addirittura, il proprietario del centro stampa. Ossia tre soggetti che non potrebbero essere tirati in ballo perché nulla c’entrano. Detto in altri termini, per quella parte la querela era manifestamente infondata. Manifestamente. Burocrazie giudiziarie Il problema è che per constatare quello che anche il più giovane degli uditori giudiziari o dei praticanti di uno studio legale vedrebbe con facilità, bisognerebbe fare un grande sforzo: perdere cinque minuti del proprio prezioso tempo e studiare le carte prima di prendere qualsiasi decisione. Talché la posizione dei tre ignari, inopinatamente chiamati in causa venisse immediatamente definita con la richiesta di archiviazione. E invece cosa ha fatto la procura, titolare dell’inchiesta? Ha proceduto nei confronti di tutti. Belli e brutti, vorrei aggiungere. Non la faccio lunga: in questi mesi sono stato convocato per tre volte dai carabinieri, prima per le notifiche, l’identificazione e l’ultima con l’invito a comparire per essere interrogato come indagato alla presenza del mio avvocato
difensore. Stessa sorte per l’ex amministratore delegato e per il proprietario del centro stampa, convocati dai carabinieri per le formalità di rito. Prima che questa storia finisca, tra l’a l t r o, saranno necessari pure altri passaggi. Ci sono una serie di punti che vorrei proprio mi venissero spiegati: un gentilissimo sottufficiale dei carabinieri ha dovuto perdere tre mezze mattinate con me, per una storia priva di fondamento. Egualmente è accaduto per gli altri due. Qual è il costo pagato dallo Stato per questa perdita di tempo? Come mai, mentre tutti invochiamo la sicurezza, il tempo dei carabinieri viene indirizzato in cose manifestamente infondate? Quello capitato a me è un caso isolato o è norma che le procure mandino avanti le pratiche in maniera automatica e burocratica, senza peritarsi di fare un minimo di selezione alla fonte che farebbe risparmiare tempo e denari allo Stato e ai cittadini? Nei giorni scorsi, commentando la scarcerazione dei rapinatori di ville, il Guardasigilli ha detto che c’è una parte della magistratura che lavora “con pigrizia mentale”. Un mio amico, autorevole magistrato, mi ha detto che gran parte dei procedimenti potrebbero essere bloccati sul nascere se solo venissero esaminati con un minimo di discernimento all’origine. Ma vengono mandati avanti burocraticamente e la macchina giudiziaria ingolfata non è solo colpa del “governo ladro”, ma anche di pigrizie e inefficienze. Senza considerare che il risvolto personale dei cittadini innocenti che si vedono convocati con invito a comparire, nemmeno fossero delinquenti, è l’ultima cosa che interessa in certi uffici. Due ultime domande, una ai magistrati e l’altra alla politica. La prima: se un querelante bilioso denuncia l’intero giornale che vogliamo fare? Inviare un
mandato di comparizione all’intera redazione? La seconda: le ispezioni le mandiamo solo se si intercettano i parlamentari, o queste situazioni abnormi, anche quando colpiscono semplici cittadini, sono degne di attenzione?
L’opinione di Kafka la conosciamo. Vorrei gentilmente conoscere anche la vostra. _Se c’era bisogno di una conferma del fatto che la dittatura militare birmana è il regime più ottusamente e crudelmente oppressivo esistente al mondo, questa è arrivata - tragicamente - con il ciclone Nargis che ha devastato il paese. Almeno centomila persone sono già morte, e molte fra queste avrebbero
potuto salvarsi se le autorità, avvertite per tempo dai servizi meteo indiani, non avessero deciso di non mettere in guardia la popolazione per non turbare i preparativi al referendum-farsa che deve confermare il loro potere. Più di un milione di birmani, uomini, donne, bambini, sono rimasti senza niente, le loro povere case spazzate via, i loro miseri beni distrutti: in questo preciso istante stanno vivendo sofferenze durissime, e a migliaia rischiano di morire di fame e malattie (molti stanno già morendo) per la criminale scelta del governo di frenare l’arrivo di soccorsi internazionali che potrebbero salvare tantissime vite. Applausi a comando Di più: con cinica spietatezza, i militari hanno addirittura sequestrato grandi quantità di aiuti, incamerandoli per arricchirsene o per sfruttarli a fini propagandistici. La televisione di Stato trasmette di continuo immagini di compiaciuti generali che consegnano a piccoli gruppi selezionati di sfollati pochi sacchi di riso su cui sono scritti i nomi dei generali stessi; gli applausi a comando non riescono coprire l’espressione terrorizzata dei beneficiati, che da sola esprime tutta la sinistra falsità di quelle grottesche messe in scena. In sostanza la giunta militare birmana ha semplicemente scelto, a sangue freddo, di lasciar morire, e quindi di fatto di uccidere, decine di migliaia di cittadini, pur di non correre il rischio che il proprio potere possa venire anche solo scalfito da “intrusioni” esterne; una scelta feroce, cui sta mantenendosi fedele, in spregio ad ogni sensibilità civile ed umana. La rivista americana “Time” è arrivata a chiedersi se non sia necessario invadere la Birmania per portare aiuto alla popolazione anche contro la
volontà del regime. Una provocazione che purtroppo rimarrà tale.