gli articoli di Gianni Cipriani


 

 

La violenza diffusa e la giustizia che fa finta di niente


Dopo la tragica morte di Nicola Tommasoli molto si è discusso su cosa fosse “più grave” tra l’uccisione di un giovane e il rogo delle bandiere in nome dell’antisionismo militante. Discussione e polemica legittima, s’intende. Peccato che l’ennesima bega in salsa politica abbia dirottato il problema su altri lidi, facendoci dimenticare quello principale: come combattere la violenza; come delegittimarla politicamente e socialmente; come estirparla. Riportando al centro i principi, senza leggerli in maniera più o meno “soft” a seconda se i violenti siano “amici” o “nemici”, politicamente vicini o lontani. E poi facendoci una domanda: al di là dei proclami, siamo davvero pronti a fronteggiare bulli, picchiatori, estorsori e tutti coloro che menano le mani? Direi proprio di no. Stiamo ancora piangendo la morte di Nicola Tommasoli. Eppure in un bar della periferia romana l’altra notte due bulli ubriachi hanno accoltellato “per futili motivi” due ragazzi. Feriti alle braccia ma anche alla gola. Ossia poteva scapparci il morto. Cosa è accaduto? Arrestati in nottata per “tentato omicidio” i due sono stati rimessi in libertà la mattina. E la sera erano «a zonzo» vicino al bar del fattaccio a vantarsi con gli amici della loro impresa. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Se non che c’è molta violenza che si abbevera in contesti più ampi del “branco” e che c’è una legislazione che lascia molti, troppi buchi aperti. Resta sullo sfondo una domanda: ma che dovrà mai fare una persona per andare in galera? Amaramente mi viene da dire: forse essere innocente.