Dopo la tragica morte di Nicola Tommasoli molto si è
discusso su cosa fosse “più grave” tra l’uccisione di un
giovane e il rogo delle bandiere in nome
dell’antisionismo militante. Discussione e polemica
legittima, s’intende. Peccato che l’ennesima bega in
salsa politica abbia dirottato il problema su altri
lidi, facendoci dimenticare quello principale: come
combattere la violenza; come delegittimarla
politicamente e socialmente; come estirparla. Riportando
al centro i principi, senza leggerli in maniera più o
meno “soft” a seconda se i violenti siano “amici” o
“nemici”, politicamente vicini o lontani. E poi
facendoci una domanda: al di là dei proclami, siamo
davvero pronti a fronteggiare bulli, picchiatori,
estorsori e tutti coloro che menano le mani? Direi
proprio di no. Stiamo ancora piangendo la morte di
Nicola Tommasoli. Eppure in un bar della periferia
romana l’altra notte due bulli ubriachi hanno
accoltellato “per futili motivi” due ragazzi. Feriti
alle braccia ma anche alla gola. Ossia poteva scapparci
il morto. Cosa è accaduto? Arrestati in nottata per
“tentato omicidio” i due sono stati rimessi in libertà
la mattina. E la sera erano «a zonzo» vicino al bar del
fattaccio a vantarsi con gli amici della loro impresa.
Non c’è bisogno di aggiungere altro. Se non che c’è
molta violenza che si abbevera in contesti più ampi del
“branco” e che c’è una legislazione che lascia molti,
troppi buchi aperti. Resta sullo sfondo una domanda: ma
che dovrà mai fare una persona per andare in galera?
Amaramente mi viene da dire: forse essere innocente.