Il paradosso del pasticcio afghano è racchiuso in
un recentissimo rapporto appena pubblicato dall’Ufficio
droghe e crimine delle Nazioni Unite: l’anno scorso
la produzione di oppio è calata del 10%. Bene, si
dirà. E invece no: male. Anzi malissimo perché
il calo non è stato un successo ottenuto dalla forze
internazionali o dal governo “democratico”,
ma una necessità imposta dai signori della droga
per tenere alto il prezzo dello stupefacente. Come mai?
Perché nell’Afghanistan “liberato”
dai talebani le cose vanno male ma così male che
è stato prodotto e venduto molto più oppio
di quanto il mercato internazionale potesse smerciarne,
con conseguente crollo dei prezzi. Segno inequivocabile
del fallimento delle politiche internazionali che hanno
riguardato Kabul. Il prossimo ottobre saranno passati 8
anni dall’intervento militare e dalla liberazione
(o occupazione) dell’Afghanistan. In questi 8 anni
tutti hanno spiegato la necessità di quell’intervento
con il bisogno di democrazia, la lotta al terrorismo,la
lotta al traffico di droga, la pace e il rispetto dei diritti
umani. Ma cosa di questi obiettivi è stato raggiunto
in un tempo che supera di tre anni la durata della seconda
guerra mondiale? Niente. O poco. La retorica sulle missioni
di pace sulla lotta agli oscurantisti che imponevano il
burka e quant’altro hanno a lungo oscurato l’assenza
di qualsiasi strategia concreta. Ma i nodi vengono al pettine.
I produttori di droga, protetti ora dai talebani ora dai
signori della guerra (talora alleati delle forze internazionali)
fanno affari come e più di prima. La popolazione
civile muore quotidiana mente in attentati e bombardamenti
e odia talmente tanto i “liberatori” , da rimpiangere,
se non sostenere i talebani. Quanto poi a democrazia, dopo
8 anni se ne vede solo una parvenza, mentre gli osservatori
dell’Ue accusano il presidente Karzai di brogli, al
cui confronto quello recentemente accaduto in Iran sembra
una barzelletta. Quanto ai burka, al rispetto dei diritti
umani i passi in avanti sono stati davvero limitati e forse
non hanno superato i confini della città di Kabul.
Di fronte a questo scenario, che troppo spesso viene taciuto,
è del tutto evidente che i nostri militari sono sempre
più a rischio. È sbagliato parlare di terrorismo,
quando ci sono migliaia di armati sostenuti da gran parte
della popolazione. è una guerra –la guerra
asimmetrica – combattuta tra forze irregolari e guerriglieri
che mordono e fuggono. Anche questo sarebbe bene dirlo con
chiarezza. E domandarci, seriamente cosa si può fare
per l’Afghanistan, riconoscendo il fallimento di questi
lunghissimi 8 anni che hanno prodotto guerra e morte, niente
pace e solo un briciolo di democrazia.