Non molto tempo fa, all’indomani del tragico terremoto
d’Abruzzo, questo giornale lanciò una campagna
di grande successo: “un’etichetta per la casa
”, per chiedere maggiore trasparenza e rigore nei
controlli sulla qualità e la stabilità delle
case. Oggi, se non suonasse come tragica ironia, dovremmo
aggiungere a quella sulle abitazioni un’ulteriore
campagna: un’etichetta per i vagoni. Perché
una direttiva europea in tema già c’è,
ma non è ancora applicata. E allora anche in questo
caso morte e distruzioni non possono essere imputate alla
sola fatalità, ma anche – se non soprattutto
- ad un sistema contorto, complicato ma totalmente inefficace
che rende impossibili controlli degni di questo nome e che
chiude gli occhi di fronte a manutenzioni che puntualmente
non vengono fatte o sono rimandate. Siamo alle solite, verrebbe
da dire. Nei trasporti (come per le case) c’è
qualcuno che ci guadagna, che ci specula. E qualcuno che
muore. E più in generale ci sono tragedie che vengono
provocate dall’avidità, dalla voglia di guadagni
di pochi furbi e irresponsabili che poi hanno un costo sociale
fin troppo grande. Ora occorre fare alcune richieste: che
le normative sulla sicurezza nei trasporti siano rigorosamente
esaminate e i “buchi neri” (come evidenziamo
nella nostra inchiesta) prontamente rimossi; che mai e poi
mai in nome del profitto si rinunci a fare manutenzione.
E più in generale che i ladri del futuro e delle
vite altrui vengano messi nelle condizioni di non nuocere.
Ma su quest’ultima ipotesi, purtroppo, non sono ottimista.