Le ultime elezioni, semmai ce ne fosse
stato bisogno, hanno dimostrato come la sicurezza sia stata
uno dei temi che hanno orientato il voto. Chi è apparso più
rigoroso è stato premiato; chi è apparso più lassista,
punito. Emergenza sicurezza che è vissuta come allarme
sociale, dunque. Come la violenza di Roma, che è diventata
l’argomento principale in vista del ballottaggio per il
Campidoglio. Ed è opportuno che si discuta di questi
argomenti, del degrado, della paura che riguarda fasce vaste
della popolazione e che non può essere imputata (nonostante
distorsioni comunicative) solo alla facile deriva allarmista
dei media. E tuttavia la sicurezza e la legalità sono
concetti assai più vasti e chiamano in causa la convivenza
civile e il rispetto delle regole. E forse, chi ne ha gli
strumenti, avrebbe il dovere il indicare altri allarmi
sociali, anche quando non fanno “cassetta”. Solo ieri ci
sono stati quattro morti sul lavoro: una strage quotidiana
che sempre meno spazio conquista sui giornali e che, con
qualche eccezione, provoca indifferenza. Le cifre parlano
chiaro: 324 morti solo negli ultimi 4 mesi. Più di due al
giorno. Che significa un seguito di vedove, orfani, dolori e
problemi economici. Perché accettiamo passivamente questa
carneficina? Forse perché non riguarda noi ma solo gli
“altri”?O che sia colpa della fatalità piuttosto che della
cattiveria? Reagiremmo con la stessa noncuranza a 324 stupri
come quello di Roma? La gente che ha paura ha ragione a
reclamare più sicurezza. A patto che la paura non diventi
l’alibi per farci accettare altre emergenze e ingiustizie
non meno gravi.