gli articoli di Gianni Cipriani


 



Ma sulla sicurezza la barbarie non alimenti barbarie



Ci sono due dati poco simpatici dai quali vorrei sviluppare un ragionamento. Da un lato le ultime statistiche dicono che il 60 per cento degli stupri è opera dei nostri connazionali, quasi essi volessero - soggiungo con amara ironia - difendere l’“italianità” in questo campo poco onorevole. L’altro dato - però - è che il restante 40 per cento delle violenze sessuali è opera degli immigrati: una percentuale altissima, che è più che quadruplicata negli ultimi venti anni. E le statistiche dicono che in questa drammatica classifica i romeni sono al primo posto: raddoppiati in pochi anni. Partendo da queste premesse, vorrei dire che il problema criminalità- immigrazione esiste e nasconderlo sarebbe sbagliato. Tuttavia, quello che non mi piace è quel sentire tanto diffuso quanto pericolosamente primordiale, secondo il quale la colpa di un crimine è sempre collettiva. Vorrei sommessamente ricordare che la responsabilità penale individuale è stata una conquista di civiltà avvenuta in epoca moderna e che - prima - la risposta a un crimine consisteva o nel genocidio o nell’applicazione della legge del taglione. La storia recente insegna che ogni volta in cui le conquiste di civiltà sono venute meno, sono tornati i genocidi e le violenze di massa. E quasi sempre per “vendicare” i torti e le offese attribuite non ai singoli, ma a un popolo, a una etnia, o a un gruppo. Ovviamente non ho ricette, ma voglio sperare che i grandi problemi che abbiamo di fronte possano e debbano essere affrontati, senza far prevalere logiche primitive. E soprattutto demolendo la nostra civiltà. La barbarie non produca barbarie.