Ci sono due dati poco simpatici dai quali
vorrei sviluppare un ragionamento. Da un lato le ultime
statistiche dicono che il 60 per cento degli stupri è
opera dei nostri connazionali, quasi essi volessero -
soggiungo con amara ironia - difendere l’“italianità”
in questo campo poco onorevole. L’altro dato - però
- è che il restante 40 per cento delle violenze
sessuali è opera degli immigrati: una percentuale
altissima, che è più che quadruplicata negli
ultimi venti anni. E le statistiche dicono che in questa
drammatica classifica i romeni sono al primo posto: raddoppiati
in pochi anni. Partendo da queste premesse, vorrei dire
che il problema criminalità- immigrazione esiste
e nasconderlo sarebbe sbagliato. Tuttavia, quello che
non mi piace è quel sentire tanto diffuso quanto
pericolosamente primordiale, secondo il quale la colpa
di un crimine è sempre collettiva. Vorrei sommessamente
ricordare che la responsabilità penale individuale
è stata una conquista di civiltà avvenuta
in epoca moderna e che - prima - la risposta a un crimine
consisteva o nel genocidio o nell’applicazione della
legge del taglione. La storia recente insegna che ogni
volta in cui le conquiste di civiltà sono venute
meno, sono tornati i genocidi e le violenze di massa.
E quasi sempre per “vendicare” i torti e le
offese attribuite non ai singoli, ma a un popolo, a una
etnia, o a un gruppo. Ovviamente non ho ricette, ma voglio
sperare che i grandi problemi che abbiamo di fronte possano
e debbano essere affrontati, senza far prevalere logiche
primitive. E soprattutto demolendo la nostra civiltà.
La barbarie non produca barbarie.