Morte
significa dolore. Quasi sempre almeno. Certo, l’intensità
può cambiare, se si tratta di qualcuno che si è
spento serenamente, magari in tarda età, o se la
morte sia dovuta ad un evento traumatico o drammatico.
Ma quasi sempre, anche quando il dolore può essere
acuto, chi ha perso qualcuno può nel tempo elaborare
il lutto, ossia - per dirla in maniera semplice e poco
dotta cercare di farsene una ragione o, meglio, cercare
di trovare nuovi equilibri, dare al sé una dimensione
diversa, ricostruire il proprio vissuto anche alla luce
di quella mancanza. Ma a volte il destino può essere
ancora più atroce. Quando la morte o il senso di
perdita ci accompagnano giorno per giorno, senza che noi
possiamo far nulla per uscire da questa dimensione. E’
il caso - studiato, tra l’altro - dei parenti dei
“desaparecidos” o delle persone scomparse.
Di coloro che vivono “sospesi” e che, negli
anni, non possono liberarsi della morte e poter elaborare
il proprio lutto. E’ il caso di chi ha un caro ridotto,
da anni e anni, in uno stato simile a quello di Eluana
Englaro. Di fronte a questo dolore immane, allora, c’è
necessità del silenzio e del rispetto. Indipendentemente
dalle nostre convinzioni. Tutte legittime, tutte da rispettare
in un paese democratico. Ma oggi l’enorme tragedia
ci chiama al silenzio. Domani torneremo a dividerci su
un tema che, a questo punto, dovrà essere affrontato.
Ma, per favore, ora abbassiamo i toni. Non ci si lanci
come avvoltoi sul corpo della povera Eluana per issarci
sopra la nostra bandiera. Riflettiamo sulla vita, sulla
morte, sui nostri diritti, sulla nostra etica. E basta.