gli articoli di Gianni Cipriani


 



Il fallimento della dottrina Bush finita sotto la suola delle scarpe



Per il futuro c’è da sperare in politiche intelligenti e meno rozze

Al di là degli aspetti umoristici, o meglio tragicomici, non deve meravigliare il fatto che Montasser al Zaidi - l’autore del lancio di scarpe contro George W. Bush - sia quasi immediatamente diventato una sorta di eroe popolare. Del resto, quello che prima si negava ostinatamente, nel corso degli anni è diventato addirittura la verità ufficiale, emersa dalle varie inchieste commissionate dalle stesse autorità statunitensi: le armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein non esistevano; la ricostruzione dell’Iraq è stata un fallimento; le torture di Guantanamo e di Abu Ghraib non furono frutto di “deviazioni” di singoli e crudeli soldati, ma applicazione di direttive impartite direttamente da Washington. E così via. Ciò basta a spiegare sufficientemente perché mai da quelle parti George Bush non sia vissuto come un “liberatore” da osannare, ma piuttosto come un “cane” da prendere a scarpate. O peggio. Io credo che alla vigilia di un cambiamento che molti preannunciano come “storico” (ma un po’ di cautela è sempre sana...) vale la pena di ragionare criticamente su quello che è accaduto dopo l’11 settembre 2001, quando sull’onda di un giusto orrore per quello che era accaduto, l’amministrazione Usa ha elaborato una “dottrina” che ha moltiplicato le tragedie e i morti, senza risolvere, ma al contrario moltiplicare i problemi. Lo slogan “guerra al terrorismo” ha trasformato nelle coscienze l’idea chesi fosse dato il via ad una sorta di videogioco globale, di quelli dove si spara, i cattivi spariscono e, più o meno, tutto finisce lì. L’idea che la “legge del taglione” su scala internazionale fosse l’unica risposta possibile allo spettro del “terrorismo”, l’idea che la politica dovesse lasciare spazio alle armi. Parole d’ordine tanto immediate quanto schematiche e rozze (da non sfigurare rispetto alla propaganda di Goebbles che diede appeal al nazismo) e un contorno di bugie e disinformazione hanno ubriacato opinioni pubbliche e governi, tanto che – fino a un paio di anni orsono – chi dissentiva veniva bollato come amico dei terroristi, mentre autorevoli e “moderati” opinionisti invocavano la fine dello stato di diritto e perfino la tortura per poter vincere la “guerra”. A me non dispiacerebbe che, smaltita la sbornia, si riflettesse sul fallimento di una politica che ha moltiplicato i rischi e ha finito con il rafforzare e il legittimare il terrorismo, soprattutto quello neo-jihadista. Si pensi solo, per citare un esempio che ci tocca da vicino, alle persecuzioni dei cristiani nei paesi nei quali, da minoranza, vivevano in pace e tranquillità. Per il futuro c’è da augurarsi da parte di Barack Obama grande fermezza nei confronti del terrorismo. Ma che sia combattuto con intelligenza e nel rispetto dei diritti umani. Perché un giorno le popolazioni liberate dal giogo assassino e oscurantista del terrorismo, possano ringraziare i salvatori. E mai più prenderli a scapate, nel tripudio popolare