Mi raccontava giorni orsono un insigne
professore universitario che tra gli studenti che
frequentano gli atenei, ben pochi comprano un
quotidiano. Nemmeno - sembra un paradosso gli iscritti a
Scienze della comunicazione, che si apprestano a
diventare i giornalisti e i comunicatori del domani. La
stampa gratuita ha cominciato a colmare gradualmente
questo vuoto. E man mano che la qualità è aumentata gli
under 25 hanno cominciato ad abituarsi a leggere un
giornale e ad avere un “bisogno” di informazione che non
sia solo la raccolta, più o meno casuale, di notizie,
notiziole e commenti da internet, ma segua una
gerarchizzazione più strutturata. Questa considerazione,
da sola, basterebbe a spiegare l’utilità sociale della “new
press”, ossia la stampa gratuita di qualità. La quale,
tra l’altro, raggiunge un pubblico vastissimo, assai più
ampio della stragrande maggioranza dei quotidiani a
pagamento. Molti se ne sono accorti. Molti hanno dovuto
accorgersene per l’evidenza dei fatti. Qualche salotto
ancora storce il naso, liquida il fenomeno come “serie
B” dell’informazione e guarda con sospetto e
conservatorismo all’innovazione dei giornali e dei
processi produttivi per realizzarli. Nulla di nuovo, dal
luddismo in poi. Salvo poi vedere che la stampa
“tradizionale”, per sopravvivere e svecchiare si deve
ispirare ai codici comunicativi della vituperata free
press. Restano alcune domande: dov’è la serie A? E dov’è
la serie B? E chi sta davvero dalla parte dei giovani e
dei lettori?