Non mi sorprende affatto la grande
attenzione mediatica che si è riaccesa intorno al “gial
lo” della scomparsa di Emanuela Orlandi. Anzi, mi sarei
sorpreso del contrario, perché dal punto di vista della
comunicazione gli “ingredienti” ci sono tutti, a
cominciare dal “mistero” che di per sé ha una forza
attrattiva e seducente. A ciò si aggiunga il fatto che
il caso Orlandi non è mai del tutto scomparso dalle
cronache e quindi è una storia “fresca” nonostante siano
trascorsi decenni. In ultimo, a rendere l’intrigo ancora
più intrigante - e il gioco di parole è voluto -
contribuisce la rinnovata moda complotto logico
letteraria che investe il Vaticano e la Chiesa,
presentati come luogo del “male” piuttosto che come
espressione del “bene”. E la rappresentazione del
contrario, con il suo effetto di disorientamento, è come
un fuoco di artificio emozionale. Piace, attira, cattura
l’attenzione. Tutto questo, però, spiega molto, ma non
tutto. Perché se ancora ci interroghiamo su quei
misteri, su quelle pagine buie, se ancora immaginiamo
scenari più o meno credibili o più o meno deliranti, è
perché quei buchi neri tali erano e tali rimangono. Il
nostro paese non ha fatto i conti fino in fondo con la
sua storia, né su quell’intreccio di poteri forti,
occulti e internazionali che hanno a lungo condizionato
la nostra democrazia. Non c’è stata la forza; non c’è
stata la possibilità; non c’è stata la volontà. E oggi
non conviene più. Il caso Orlandi ci appassiona come un
semplice “giallo”. In realtà dovremmo averne paura. Per
ciò che è stato ieri e per ciò che è ancora oggi.
Gianni
Cipriani
Direttore Responsabile DNews
www.dnews.eu