gli articoli di Gianni Cipriani


 

 

Testimonial-style e il futuro politico
sta nel marketing


C’è un diabolico meccanismo che i pubblicitari conoscono benissimo, al pari degli esperti di propaganda: quello del testimonial. Ossia il volto noto, l’attore, lo sportivo il personaggio televisivo che mette la sua faccia (e sfrutta la sua popolarità) per consigliarci questo o quel prodotto o per sostenere questo o quel candidato. Come se, ad esempio, il fatto di essere un attore di Hollywood fosse una condizione per poter avere maggiore autorevolezza nel parlare di Afghanistan o Iraq; o di Hillary o Obama rispetto a un soldato, una vedova di guerra o a qualche professore universitario, magari bravo ma bruttino, poco telegenico e noto solo nel suo campus. Se ci fermiano un momento a pensare, è difficile non comprendere quanto poco ci sia di razionale nell’andare dietro ai consigli dei testimonial e - magari - non tenere in alcun conto chi ha qualcosa di serio da dire, anche se non è una star.
Ed su questa linea, che definirei testimonial-style, che in questi giorni abbiamo assistito alle candidature per categorie, età, censo e perfino religione. La precaria, la giovane, l’operaio, l’imprenditore, il poliziotto, il magistrato, il cattolico, l’ebreo, il mussulmano e - va da sé - l’attore e il personaggio televisivo o la soubrette. Sarà la presenza di un giovane a ringiovanire la politica? Ne dubito. Sarà l’onorevole poliziotto garanzia di ordine? Direi di no. Ma il testimonial-style dilaga, incuriosisce e piace. Benissimo. A patto di chiamare le cose con il loro nome. Questa non è politica, al masssimo è marketing.