C’è un diabolico meccanismo che i pubblicitari
conoscono benissimo, al pari degli esperti di propaganda:
quello del testimonial. Ossia il volto noto, l’attore,
lo sportivo il personaggio televisivo che mette la sua faccia
(e sfrutta la sua popolarità) per consigliarci questo
o quel prodotto o per sostenere questo o quel candidato.
Come se, ad esempio, il fatto di essere un attore di Hollywood
fosse una condizione per poter avere maggiore autorevolezza
nel parlare di Afghanistan o Iraq; o di Hillary o Obama
rispetto a un soldato, una vedova di guerra o a qualche
professore universitario, magari bravo ma bruttino, poco
telegenico e noto solo nel suo campus. Se ci fermiano un
momento a pensare, è difficile non comprendere quanto
poco ci sia di razionale nell’andare dietro ai consigli
dei testimonial e - magari - non tenere in alcun conto chi
ha qualcosa di serio da dire, anche se non è una
star.
Ed su questa linea, che definirei testimonial-style, che
in questi giorni abbiamo assistito alle candidature per
categorie, età, censo e perfino religione. La precaria,
la giovane, l’operaio, l’imprenditore, il poliziotto,
il magistrato, il cattolico, l’ebreo, il mussulmano
e - va da sé - l’attore e il personaggio televisivo
o la soubrette. Sarà la presenza di un giovane a
ringiovanire la politica? Ne dubito. Sarà l’onorevole
poliziotto garanzia di ordine? Direi di no. Ma il testimonial-style
dilaga, incuriosisce e piace. Benissimo. A patto di chiamare
le cose con il loro nome. Questa non è politica,
al masssimo è marketing.