Di fronte alla morte ci vuole innanzitutto rispetto. Rispetto
e silenzio per una vita spezzata e per il dolore di chi
resta, vedova, orfano, figlio o amico che sia. E tuttavia,
quando si muore per un’ingiustizia, per una violenza
o per qualsiasi condizione in cui l’uomo è
privato della sua umanità o ridotto a merce, esiste
anche il dovere civile e sociale di condannare, ovvero
di far qualcosa di concreto perché tragedie, lutti
assurdi o sciagure non si ripetano più. Anche se,
spesso, tante parole e tanto impegno risultano drammaticamente
vani.
Ed è partendo da queste considerazioni che forse
occorre riflettere ulteriormente su ciò che ci
insegna la strage di Molfetta, dove cinque lavoratori
sono morti - lo dico con sobrietà ma con convinzione
- da eroi, cercando di aiutarsi l’un l’altro.
Non c’era sicuramente alcun calcolo di convenienza
o di profitto nel cercare di soccorrere il compagno in
difficoltà, ma solo quella solidarietà -
vera e non a parole - che resiste all’avanzare degli
egoismi. Non tutto è denaro, non tutto è
sopraffazione. Quegli uomini morti mentre lavoravano ci
insegnano non solo che un’altra Italia è
possibile, ma che quell’Italia già c’è,
esiste e sta in mezzo a noi, anche se non sempre riusciamo
a vederla o a raccontarla. E allora è bene che
la commozione sia accompagnata dal fare concreto: non
solo l’impegno contro il lavoro che uccide, ma soprattutto
il recupero di quello spirito di comunità e di
condivisione al quale proprio quelle morti tragiche hanno
drammaticamente ridato nuova vita.