Il “movimentismo” alla base dei nuovi
brigatisti di Seconda posizione. Basso profilo militare
per militanti che sono o vogliono essere parte integrante
delle lotte sociali e sindacali. E per questo più
pericolosi
C’è un elemento nell’inchiesta sul
gruppo eversivo legato alla Seconda posizione brigatista
sul quale vale la pena fermarsi a riflettere. E cioè
che questi militanti, che si erano radunati intorno alla
rivista Aurora, innanzitutto non erano degli sprovveduti.
Ma soprattutto non erano degli isolati. In altri termini,
a differenza degli epigoni del “militarismo”
(Lioce e compagni), che erano un gruppo assolutamente
autoreferenziale e del tutto staccato dalle masse, in
questo caso siamo di fronte a soggetti che sono o vogliono
essere parte integrante delle lotte sociali e sindacali.
Che hanno interlocutori e compagni di strada. Che hanno
altri soggetti con i quali dialogare. Insomma, un gruppo
che poteva agire all’interno di quell’area
che potremmo definire del “dissenso solidale”.
Ossia gruppi, gruppuscoli e organizzazioni non disponibili
a misurarsi sul terreno della lotta armata, ma del tutto
solidali nei confronti dei nuovi brigatisti, considerati
comunque realtà da privilegiare rispetto allo Stato
“democratico”. Che in quegli ambienti non
è affatto considerato democratico bensì
espressione degli interessi della borghesia imperialista.
È in questa zona grigia che i movimentisti del
sedicente partito comunista politico-militare volevano
svolgere la loro attività. È in quest’area,
che le potenzialità di reclutamento e consenso
erano non solo elevate, ma si stavano addirittura concretizzando.
Quelle che a un primo sguardo possono sembra bizantinismi,
in realtà sono differenze che all’interno
del mondo rivoluzionario hanno un grande peso. Ed è
per questo che dopo la sconfitta delle Br-Pcc del gruppo
Lioce-Galesi l’area “movimentista” aveva
ripreso con più forza la sua attività. Le
Br-Pcc avevano ereditato il “fascino” che
negli ambienti estremisti avevano avuto i brigatisti storici
degli anni di piombo. Quel fascino a metà tra il
politico e il criminale, che era continuato negli anni
Ottanta quando, con l’uccisione di innocenti inermi
come Ezio Tarantelli e Lando Conti, le Br avevano cercato
di esercitare e magnificare il loro delirio di onnipotenza.
Lo stesso delirio che si era evidenziato nelle rivendicazioni
dei delitti D’Antona e Biagi. A parte questo fascino
residuo, anche all’interno del mondo rivoluzionario
il progetto militarista aveva perso appeal. Dalla maniacalità
di un’organizzazione interna dai dettami ultra integralisti;
dalla diffidenza ossessiva nei confronti del mondo esterno,
e quindi di un reclutamento quasi impossibile; dall’impianto
politico-ideologico copiato dai documenti degli anni Ottanta,
quasi come nulla fosse cambiato in questi anni. Al contrario,
i “movimentisti” avevano cominciato a ragionare
da partito. A cercare la strada per costruire un progetto
rivoluzionario all’interno delle masse popolari,
condividendo lotte, passioni e umori, cercando di orientare
ogni manifestazione in senso rivoluzionario, ma senza
integralismi e senza mai forzare troppo la mano.
Se si potesse fare un paragone improprio, alla visione
integralista delle Br-Pcc si contrapponeva la visione
“laica” dei “movimentisti”. Egualmente,
la ricerca di obiettivi con forte valenza sotto il profilo
simbolico - ossia la strategia della propaganda armata
- era indicativa di una volontà di mantenere (per
il momento) un basso profilo militare per utilizzare la
violenza unicamente quale strumento di reclutamento di
nuovi soggetti. In parole più semplici, è
proprio per questo che i nuovi brigatisti della Seconda
posizione erano riusciti a risultare non tanto più
simpatici, quanto meno distanti dei loro predecessori.
E questo basso profilo militare, sommato alla laicità
organizzativa e relazionale, costituisce - paradossalmente
- un elemento di maggiore pericolosità. Proprio
perché il cosiddetto partito comunista politico
militare ha rischiato di diventare il braccio violento
(e armato) di un sentire sicuramente minoritario, ma certamente
non trascurabile, né in termini numerici né
in termini percentuali. Ecco, allora, che l’indagine
di Milano da un lato ha consentito di individuare e sradicare
sul nascere tre nuclei eversivi, mentre dall’altro
ha lasciato alle forze politiche e sociali il compito
di contrastare quel “brigatismo”, che è
una malattia degenerativa della politica dal quale il
Paese non è del tutto guarito, né ha sviluppato
processi immunitari che lo possano mettere del tutto al
sicuro.
Oltre a ciò, cercando di guardare avanti, sembra
proprio che i nuovi pericoli possano derivare nell’immediato
da una concezione della lotta armata quale strumento “di
contropotere”. Ossia introducendo la logica dei
giustizieri, seppure in chiave proletaria. In questo senso
è difficile non notare come tra i possibili obiettivi
ci fossero un dirigente d’azienda, colpevole della
morte per tumore di molti dipendenti; il proprietario
di alloggi nei quali vivevano ammassati in condizioni
disumane molti extracomunitari. E non deve stupire se
proprio nelle settimane scorse un’altra formazione,
sicuramente di minor spessore dei “movimentisti”,
ossia il fronte rivoluzionario per il comunismo, abbia
fatto sapere, tramite un volantino, di pedinare il giornalista
Renato Farina, ossia la fonte betulla del Sismi. La giustizia
proletaria, laddove non arriva, né può arrivare,
la giustizia borghese. O meglio, la giustizia proletaria
quale mezzo per affermare i diritti e le aspirazioni delle
masse popolari. Anche questa tendenza, che sembra delinearsi
in maniera abbastanza evidente, è ovviamente assai
pericolosa da un punto di vista politico perché
in grado di raccogliere simpatie e consensi. E questo
è purtroppo possibile nel Paese dove troppe volte
si inneggia alla strage di Nassirija e dove la cultura
della violenza e dell’odio è ancora molto
forte. Criminalizzare ovviamente è cosa sciocca
ed inutile. Ma sarebbe altrettanto sbagliato far finta
che non esista un problema politico e che con gli arresti
della scorsa settimana si sia messo il punto finale sulla
storia del partito armato in Italia.
Avvenimenti
22 febbraio 2007